Negli anni in cui l’Italia cercava di scuotersi di dosso le macerie del conflitto, Torino non era solo la città della Fiat, ma un laboratorio di visioni industriali e passioni sportive. In questo contesto di fermento si muoveva Odoardo Pagani, un uomo che aveva già solide radici nel commercio di acciai francesi. Fu la sua lungimiranza a riattivare, nel 1947, i contatti con la casa del Leone attraverso la A. Pagani & Figli. Sebbene inizialmente il focus fosse su utensili e biciclette, il destino avrebbe presto preso la forma di quattro ruote e un motore, portando su strada una vettura destinata a segnare un’epoca.
L’esordio della Peugeot 203 e la filosofia della modernità
Presentata al Salone di Parigi del 1948, la Peugeot 203 non era una semplice evoluzione dei modelli precedenti, ma un taglio netto con il passato. Firmata da Henri Thomas, la sua linea strizzava l’occhio alle tendenze americane dell’epoca, con parafanghi integrati e forme sinuose che le valsero il soprannome di “Oca di latta”. Sotto la scocca monoscocca, però, batteva un cuore tecnologico d’avanguardia per il segmento: una testata emisferica capace di garantire prestazioni brillanti e un cambio a quattro marce studiato per macinare chilometri senza sforzo. Era l’auto perfetta per una classe media che ricominciava a viaggiare.
Dalle strade francesi al fango della Mille Miglia
Il legame tra la 203 e le competizioni italiane iniziò a consolidarsi già nel 1952. In quell’anno, la Mille Miglia vide schierata una berlina francese affidata all’equipaggio Gay-Mercier. Nonostante fosse una vettura di serie impegnata nella categoria Sport fino a 1500 cc, riuscì a piazzarsi all’81° posto su oltre seicento partenti. Fu il segnale che Pagani aspettava: la Peugeot 203 non era solo robusta e affidabile per le famiglie, ma possedeva quel “carattere” necessario per sfidare il cronometro sulle strade più difficili del mondo.
L’intuizione di Pagani e l’incontro con Gino Munaron
Il 1953 segnò il punto di svolta. Odoardo Pagani decise di puntare tutto sulla promozione sportiva e iscrisse cinque vetture alla Freccia Rossa. Tra i piloti scelti spiccava Virginio Achille Munaron Lugli, per tutti Gino, un talento torinese nato nel 1928 che sapeva interpretare come pochi la meccanica delle vetture di serie. La preparazione della sua 203 blu Francia fu essenziale, quasi purista: nessuna elaborazione estrema, solo una meticolosa lucidatura dei condotti e un leggero abbassamento dell’assetto. Era una sfida d’altri tempi: un’auto stradale contro i giganti del motorsport.
Quella notte all’una: la scalata del numero 100
Gino Munaron prese il via da Brescia all’una di notte, come indicato dal numero 100 appuntato sulle portiere. Accompagnato da Lucio Finucci, il pilota torinese dovette affrontare non solo gli avversari, ma anche la stanchezza e le insidie di un percorso che non perdonava il minimo errore. Nonostante la concorrenza agguerrita nella classe Turismo fino a 1300 cc, Munaron riuscì a spremere ogni cavallo dal motore della 203, tagliando il traguardo con un risultato che lasciò sbalorditi gli addetti ai lavori: un primo posto di classe che valse alla Peugeot una notorietà immediata e travolgente sul mercato italiano.
Oltre la Mille Miglia: la conferma di un talento versatile
Il successo bresciano non rimase un caso isolato nella carriera di Munaron. Nello stesso anno, il pilota continuò a dimostrare la superiorità della 203 conquistando il podio di categoria alla Coppa della Toscana e al Giro dell’Umbria. La vettura si dimostrò incredibilmente competitiva anche nel Volante d’Argento, dove Munaron sfiorò il podio nella categoria superiore fino a 1500 cc. Queste prestazioni trasformarono la “piccola” francese in un incubo per le concorrenti più blasonate, confermando che l’architettura leggera e la distribuzione dei pesi erano soluzioni vincenti.
L’ultimo omaggio di un grande pilota alla sua “Oca”
La storia tra Munaron e la Peugeot 203 non si è esaurita negli anni Cinquanta, ma ha trovato una conclusione poetica quasi mezzo secolo dopo. Nel 2008, a ottant’anni compiuti e a un solo anno dalla sua scomparsa, Gino volle tornare ancora una volta al volante della sua vettura preferita durante la rievocazione storica della Mille Miglia. Affiancato dal rallista Del Zoppo, Munaron ripercorse quelle strade che lo avevano reso celebre, chiudendo idealmente un cerchio fatto di passione, acciaio e cronometri, e lasciando ai posteri il ricordo di un’automobilismo romantico e coraggioso.


















